Investire in politiche attive per rilanciare l’occupazione

Politiche attive efficaci, fatte di servizi all’impiego efficienti, in grado di offrire aiuti concreti nella ricerca di un lavoro, e di una formazione di qualità, capace di migliorare le competenze attuali e sviluppare quelle richieste in futuro. Questa la ricetta del Presidente del Cnel Tiziano Treu per rilanciare il mercato del lavoro.

Tiziano Treu, docente universitario, ex Ministro del Lavoro e attuale presidente del Cnel
Tiziano Treu, docente universitario, ex Ministro del Lavoro e attuale presidente del Cnel

Il  suo nome è legato a quello del “Pacchetto Treu”, la legge 196/97 sull’occupazione, con cui il lavoro interinale e altre forme contrattuali atipiche ottennero il riconoscimento legislativo. Oggi, dopo 20 anni, parte di queste misure sono state messe in discussione dal Decreto Dignità del neo Ministro Di Maio, convertito in Legge n° 96 del 9 agosto 2018. Abbiamo quindi incontrato Tiziano Treu, docente universitario, per due volte Ministro del Lavoro nel governo Dini e nel governo Prodi e attuale presidente del Cnel, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, per conoscere il suo punto di vista sui contenuti della nuova normativa e per capire come stimolare lo sviluppo occupazionale nel nostro Paese e rilanciare il mercato del lavoro.

Quali sono le funzioni del Cnel, di cui lei è Presidente, e quali i contributi che può dare allo sviluppo occupazionale del Paese?

Il Cnel è un organo di rilievo costituzionale con funzione consultiva rispetto al Governo, alle Camere e alle Regioni, che ha come competenze materie di legislazione economica e sociale, nell’ambito delle quali ha diritto all’iniziativa legislativa. Le sue funzioni sono tante per legge, ma sono tante anche quelle che si sono sviluppate nel corso degli anni: fare valutazioni e proposte su documenti e atti di politica e di programmazione economica e sociale; svolgere rapporti sugli andamenti del mercato del lavoro e sugli assetti normativi e retributivi espressi dalla contrattazione collettiva; esaminare le politiche comunitarie e la loro attuazione; effettuare studi, indagini e ricerche; tenere l’archivio dei contratti collettivi di lavoro. Ci concentriamo comunque sui problemi più attuali e pressanti del mondo economico e sociale, offrendo un contributo fatto di analisi oggettive e di proposte concrete che provengono dalla società civile organizzata, che possono in qualche modo stimolare l’implementazione di policy legate allo sviluppo occupazionale.

A 20 anni dal “Pacchetto Treu” e alla luce delle modifiche introdotte dal cosiddetto Decreto Dignità, pensa che si sarebbe potuto intervenire in modo diverso sulla regolamentazione del lavoro flessibile?

Eravamo ancora nello scorso millennio quando si iniziò a sentire l’esigenza di maggiore flessibilità in ambito lavorativo. Io fui tra i primi ad aprire a queste necessità di flessibilità delle imprese cercando di regolarle. Da allora di acqua ne è passata sotto ai ponti; è cambiata l’economia, è cambiato il lavoro e queste richieste di flessibilità sono aumentate. Sono però convinto che non sia sufficiente limitare i contratti a termine riducendo il numero dei rinnovi, rendendo più rigidi i limiti quantitativi e introducendo causali che rischiano solo di creare inutili e dispendiosi contenziosi. La precarietà non la si combatte così ma creando sviluppo, prendendo atto che viviamo in una economia instabile e sostenendo il lavoro con politiche attive efficaci, fatte di servizi all’impiego efficienti, in grado di offrire aiuti concreti nella ricerca di un lavoro, e di una formazione di qualità, capace di migliorare le competenze attuali e di sviluppare quelle che saranno richieste in futuro.

Centri per l’Impiego e Agenzie per il Lavoro sono le realtà (pubbliche e private) che si occupano di servizi al lavoro. Un rapporto Anpal evidenzia la necessità di rafforzare i CpI. Si potrebbe ottimizzare il lavoro di entrambe attraverso una maggiore sinergia? Ha altre ricette in questo senso?

Per molti anni abbiamo assistito a un conflitto ideologico tra pubblico e privato, e quindi tra Centri per l’Impiego e Agenzie per il Lavoro, che vedeva alcune regioni vietare alle Agenzie per il Lavoro di operare sul loro territorio. Nel tempo, dopo l’apertura della Lombardia, molte regioni ne hanno seguito l’esempio e hanno aperto alla collaborazione con le Agenzie per il Lavoro. Sono convinto che oggi più che mai queste due realtà che offrono servizi al lavoro debbano collaborare in modo più sinergico. Così come sono anche convinto che Anpal debba adottare una regia unica nazionale sulle politiche attive per il lavoro, uniformando le differenti pratiche e modalità operative delle Regioni, che oggi si muovono in autonomia, senza una guida unica necessaria invece su una materia così fondamentale. E poi bisogna investire. In questi ultimi venti anni nel sistema del collocamento sono state investite risorse molto scarse. Germania e Francia hanno almeno 100 mila dipendenti che offrono servizi alle persone disoccupate. Persino l’Inghilterra, un paese liberale e liberista, ne ha 50 mila. Noi ne abbiamo 9 mila, spesso neanche molto qualificati.

Stiamo assistendo allo sviluppo di nuove forme di lavoro atipico create dalla cosiddetta Gig Economy. Qual è il suo parere in merito a una possibile regolamentazione di questa nuova modalità lavorativa che coinvolge professioni come quella dei “rider”, ma non solo?

La Gig Economy sta conoscendo nel mondo un forte sviluppo e in alcuni Paesi è in decisa esplosione. In Italia il fenomeno è ancora abbastanza limitato, anche a causa della nostra arretratezza nel campo digitale. In ogni caso, non dobbiamo pensare solo ai ciclisti che oggi vediamo nelle strade pronti a consegnarci le pizze che abbiamo ordinato attraverso un’app dal telefonino; questa è ancora una forma primordiale di Gig Economy, una semplice evoluzione dei vecchi ‘pony express’. Dobbiamo pensare che il mondo sta cambiando a una velocità impressionante, che il futuro non potrà che essere dominato dall’economia digitale e che in questa economia ci saranno nuove tipologie di lavoro e nuove figure professionali che difficilmente potranno inserirsi negli inquadramenti attuali. Su questo punto sono all’opera giuristi internazionali e anche il Cnel sta lavorando per dare il proprio contributo. In ogni caso, al di là del possibile inquadramento, credo non sia possibile prescindere dalle tutele che devono essere garantite a tutti i lavoratori in caso di infortuni, ma anche salariali, assistenziali e pensionistiche.

In un mercato del lavoro in veloce cambiamento, la formazione rappresenta un mezzo per creare le professionalità del futuro. Cosa si può fare di più e di meglio per sviluppare questo strumento?

La formazione è fondamentale per rispondere alle nuove sfide della digitalizzazione e dell’Industria 4.0, creando quelle che saranno le professionalità del futuro. Sono assolutamente convinto che, oggi più che mai, l’unico antidoto alla precarietà nel lavoro venga dalla formazione, perché in un mercato flessibile e frammentato a fare la differenza in termini di possibilità occupative sono le competenze. Si deve quindi investire nella crescita professionale delle persone e sviluppare un ecosistema favorevole alla formazione, migliorando certamente il sistema scolastico, ma soprattutto creando una cultura della formazione presso le imprese.

È un dato di fatto che lo Stato sarà sempre meno in grado di garantire previdenza e assistenza. Il welfare aziendale può essere la risposta alle esigenze di benessere?

Io credo che, in termini di previdenza, il problema esista ma che non sia così grave, anche se è certo che in futuro il tasso di sostituzione della pensione verso il salario continuerà a calare. Ma le pensioni ci saranno sempre, anche se per i giovani di oggi saranno più basse. Il problema dell’assistenza è invece a mio avviso molto più pressante e urgente, visto che la popolazione continua a invecchiare in modo progressivo, le spese mediche sono in costante aumento e la cura degli anziani sta diventando un problema sentito. In questo contesto il welfare aziendale rappresenta una risposta importante da parte dell’azienda che può supportare i lavoratori attraverso l’assistenza sanitaria complementare.

Politiche attive del lavoro: da Garanzia Giovani all’assegno di ricollocazione. Ci sono altre misure che a suo avviso dovrebbero essere adottate per lo sviluppo occupazionale?

Il Nord fortunatamente è ormai tornato ai livelli standard degli anni pre crisi, mentre al Sud hanno problemi più gravi perché in questi anni non sono stati fatti adeguati investimenti. Per creare lavoro occorre investire sulle attività che in futuro porteranno lavoro, come quelle ad alta innovazione (ad esempio ambiente, energie alternative, manutenzione) e quelle legate alla cura delle persone (sanità e assistenza). In ogni caso per sviluppare l’occupazione non bisogna puntare su interventi passivi, come gli ammortizzatori sociali, ma su politiche attive, che possono offrire ai lavoratori servizi e aiuti concreti nella ricerca di un lavoro.

Nato a Vicenza nel 1939 e laureato in Giurisprudenza all’Università di Milano, Tiziano Treu è Professore di diritto del lavoro dal 1971 al 1988 nell’Università di Pavia e dal 1988 professore alla Facoltà di giurisprudenza dell’Università Cattolica di Milano. Nella sua attività di studioso ha tenuto una stretta collaborazione con il sindacato e con diverse associazioni internazionali di diritto del lavoro e relazioni industriali. Nel 1995 è Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale nel governo Dini. Nel 1996 è riconfermato dal Presidente del Consiglio Prodi. Nel 1998 con D’Alema diventa Ministro dei Trasporti e della Navigazione. Eletto al Senato nel 2001 è stato nominato Presidente del Cnel nel maggio 2017

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