Formazione finanziata: chi ci mette la faccia?

Fondi Interprofessionali, Regioni, Anpal, Sindacati imprenditoriali e dei lavoratori; Ministero del Lavoro e classe politica in generale. Tutti, a ragione e non, dicono la loro. Ma chi mette realmente la faccia con le aziende beneficiarie?

di Federico Cellini |

Partiamo da questo presupposto: la formazione costa! Ma, come disse il professor Derek Bok Rettore della Harvard University negli anni ’70/’80, «Se pensi che l’istruzione sia costosa, prova con l’ignoranza». Sì, la formazione costa! Costano i docenti, soprattutto quelli di livello; costa il materiale didattico, un’aula formazione, la cancelleria; costa organizzare un corso, coordinando tutte le attività didattiche e la fase di erogazione. Ma soprattutto, costa mettere in aula i lavoratori dipendenti pagando il loro stipendio mentre vengono formati; e più dipendenti deve formare, più alti sono i costi che l’imprenditore deve sostenere! È proprio per andare incontro agli imprenditori che in Italia sono attivi degli strumenti di finanziamento alla formazione: dai Fondi Sociali Europei ai Fondi Nazionali e Regionali passando per la dote lavoro per finire ai Fondi Interprofessionali Paritetici, lo strumento di finanziamento più vicino alle imprese e ai lavoratori. In questo mare magnum di opportunità, chi veramente afferra per mano le aziende e le accompagna in questo labirinto lastricato di regole e tecnicismi non alla portata di tutti? Chi si prende il compito e la responsabilità di aver ben interpretato il bando o il famigerato “Manuale di Gestione”? Chi suggerisce all’imprenditore la scelta ideale in termini d’iscrizione a un Fondo Interprofessionale? Una delle tante (forse troppe?!) società di formazione!

Protagonisti e comparse

Ora, prima di analizzare il contesto degli attori protagonisti e non, coinvolti nel processo di finanziamento della formazione, è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare: oltre il 50% delle aziende che oggi accedono a un piano formativo finanziato, a prescindere dall’Ente finanziatore, arrivano a conoscenza dell’opportunità perché una società di formazione (spesso il titolare), ha investito del tempo non retribuito, per presentare al cliente tale opportunità. E gli altri? Gli altri devono quasi sempre ringraziare i propri Consulenti del Lavoro (o alcune associazioni) che, con attenzione e lungimiranza, hanno suggerito e talvolta pilotato il cliente verso un Fondo, o verso un Ente, vicino al contesto economico e sociale in cui l’imprenditore cerca di sopravvivere. Preso per assodato questo, spezziamo una lancia a favore di questi moderni “Sansone”, che sono il reale e concreto interfaccia tra le aziende e il finanziamento, ma che al tempo stesso troppo spesso rischiano di essere sepolti sotto le colonne talvolta cadenti di un ‘sistema’ che non li vuole eroi! In Italia sono oltre 17 milioni i lavoratori dipendenti che possono accedere alla formazione finanziata, uomini e donne che necessitano di una costante e concreta formazione finalizzata a mantenere la competitività in un mercato del lavoro oggi falsamente considerato in crescita. Una formazione che lo Stato, da un lato giustamente obbliga (leggi “Accordo Stato-Regioni” nella sua ultima revisione del luglio 2016) dall’altro non supporta. Una formazione che se non finanziata, è tipicamente demandata all’imprenditore il quale, salvo rare eccezioni, non ha nel suo DNA la cultura della formazione stessa. È in questo contesto che le società di formazione devono lavorare, districandosi tra decine di tranelli che sono un perverso mix tra “Mai dire Banzai” e la guerra del Vietnam. Alcuni esempi? Ecco a voi le 5 migliori insidie che le società di formazione devono affrontare quotidianamente:

Al 5° posto:
LE TRATTENUTE STRAORDINARIE ALLA FORMAZIONE

Lo Stato Italiano, come tipico, da una parte dà, dall’altra prende. Se solo ci limitiamo alla destinazione volontaria dello 0,30% che le imprese possono destinare dai contributi versati all’INPS (il cosiddetto “contributo obbligatorio per la disoccupazione involontaria”) va ricordato che sono ormai quattro anni che lo stesso è significativamente decurtato. Si è partiti nel 2015 con un drastico taglio (applicato in capo ai Fondi e di conseguenza alle aziende beneficiarie) con una trattenuta straordinaria all’altare della “Cassa Integrazione in Deroga” per poi trasformarlo nel triennio 2016-2018 in un prelievo forzoso mai trasparentemente giustificato.

Al 4° posto:
LA CONCORRENZA DIRETTA

E poi ti trovi chi si muovono direttamente in ambito commerciale invitando professionisti e consulenti ad aprire nuove società di formazione, in una sorta di dumping formativo, senza capire che “Fare Formazione” (la Regione Lombardia per prima l’ha chiarito) deve essere il core business di una impresa che vuole operare nel settore. E allora vai di attività principale nella camerale, certificazione ISO, 231, dipendenti qualificati e proporzionalmente retribuiti, sede accreditata e varie ed eventuali. Qui invece è come giocare a poker contro un avversario che usa 7 carte. Risultato? Tutti contenti, nessuno contento!

Al 3° posto:
I SINDACATI

Fenomeno che sembrava superato da un lustro, più recentemente si è tornati a un revival, con i sindacati più interessati a capire qual è il loro reale tornaconto se una azienda o un lavoratore entra in aula per essere formato o no. Per fortuna, non è la regola.

Al 2° posto:
L’AGENZIA NAZIONALE POLITICHE ATTIVE DEL LAVORO

Parafrasando un film di successo dei primi anni 2000 “… e alla fine arriva l’ANPAL”. Nata come nuova agenzia per l’occupazione secondo quanto predisposto dal Jobs Act (L. n. 183/2014), l’ente doveva avere come aspetto fondante quello di predisporre politiche per l’adeguamento del lavoro a formule in grado di trainare la collocazione, o ricollocazione, dei disoccupati, andando a erogare parte dei servizi offerti dal Ministero del Lavoro. In un contesto, comunque mai totalmente regolarizzato in maniera chiara, negli ultimi mesi ANPAL ha fatto suo il napoleonico detto: la formazione “Dio me l’ha data e guai a chi me la toglie!”. Per la serie: Io decido per tutti, anche se non sono preposto a farlo. Perché? Me l’ha chiesto un amico!

Al 1° Posto:
LE SOCIETÀ DI FORMAZIONE STESSE

E qui tocca a tutte loro farsi un esame di coscienza. Qual è la finalità della formazione? Spendere soldi o far crescere le aziende? Giocare a chi fa il fatturato più alto? Raccogliere “cedolini”? Forse è qui che l’ANPAL dovrebbe veramente intervenire. Non limitando l’operatività degli strumenti che la comune mamma (il Ministero del Lavoro) ha disposto quando ha autorizzato la costituzione dei fondi interprofessionali. Ma ponendo delle regole chiare e precise sulle società che, giustamente, vogliono e devono guadagnare accompagnando le aziende sulle strade della formazione finanziata e sulla formazione erogata.

Una soluzione per le imprese

In conclusione. La formazione finanziata, soprattutto attraverso alcuni fondi interprofessionali paritetici più vicini al territorio, è l’unica soluzione che le micro e PMI nazionali possono utilizzare per abbattere il costo della formazione del personale dipendente che, troppo spesso, arriva all’impresa mal preparato dal sistema scolastico. Al tempo stesso, in Italia operano seriamente centinaia di enti di formazione e di professionisti che quotidianamente s’impegnano come trait d’union tra le opportunità offerte dal sistema Italia e le aziende beneficiarie, assumendosi oneri e onori. Enti non rappresentati o, peggio ancora, mal rappresentati. Enti che, allo stato attuale, non trovano una concreta collocazione associativa o di rappresentanza sindacale. Enti che mai sono interpellati da chi sta realmente nella stanza dei bottoni. Enti, che ci mettono la faccia, nella speranza di non lasciarci qualche dente.

 

 

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